Un capo troppo ideologico
Un fenomeno politico e culturale novissimo, un eccellente candidato, un talento nel guidare la macchina del consenso e un superbo oratore: sono già molte e belle, queste qualità. Ma per guidare il paese più potente del mondo in un mondo pieno di pericoli, oltre che di possibilità, ne manca una, la più importante: perizia nell’arte del comando.

Il successore di George W. Bush ha successo, intendiamoci. Piace, ispira, riunisce folle considerevoli nei town hall meeting e nelle piazze della vecchia Europa, e il mondo giovanile ecologista, pacifista, genericamente progressista in lui ha trovato un superguru. Anche nel campo più esteso dell’opinione pubblica occidentale forgiata dai mass media gli Obamas sono oggi vincenti, persino imbattibili. E nella cerchia dei potenti del mondo, dove quel che decide è il gioco degli interessi, il nuovo presidente americano è meno temuto ma anche più rispettato del precedente. Però parlare di arroganza dell’America ai francesi e ai tedeschi aveva il sapore amaro di una demagogia pro domo sua, una forte caduta di stile, e per certi aspetti senza precedenti (Charles Krauthammer ha ricordato che John F. Kennedy non andò a Berlino a parlare male di Dwight D. Eisenhower). E recepire con tutta la coolness possibile lo schiaffo balistico-nucleare arrivato dal nordcoreano Kim Jong Il non basta a cancellarne gli effetti. Obama si è presentato come un leader troppo ideologico, troppo compreso nel ruolo di piacione globale, eppure non sono i pacifisti quelli da convincere. La deterrenza esercitata da un’autorità capace di mostrarsi conseguente nell’analisi e nell’azione è il primo strumento di stabilizzazione politica mondiale e di contenimento dei rischi a disposizione di un presidente americano. Obama deve imparare a usare quest’arma e a non renderla risibile per eccesso di retorica e di ideologia.